L'urgenza.
Il fremito che parte, piedi gambe bacino corpo, sospeso tra suolo e cielo, come una danza.
E ci provi a tenerlo lì, ad addomesticarlo, a chiudere la diga.
Ci provi
(ci provi?)
Ma non funziona, non è così che deve andare.
Occhi chiusi, respiro che non è più uno, è dieci e cento respiri.
(o forse più?)
Anche adesso, anche nel momento della distanza a tre cifre, il filo rosso non è spezzato.
Lo guardi, prolungamento del tuo dito, orizzonte illimitato del tuo sguardo.
Lo vedi lì, teso, tutto intento a unire vite a colmare vuoti a giocare al funambolo.
E il sogno si fa carne e sudore, un amalgamo di anime sospese tra la felicità senza parole e la tristezza di un mondo al contrario e la nostalgia che canta ninna nanne a un prato.
Occhi chiusi, musica, occhi grandi e grandi sorrisi.
Un mambo, un ballo, una lotta senza spargimento di sangue, il fuoco vince sul legno.
Ricerchi il fare senza fare, il sentire senza udire, il pianto senza fazzoletto.
E poco alla volta ti lasci andare, ti abbandoni come un palloncino tra le nuvole.
Smetti persino di cercarti.
Se lì, lo sai.
(E per quale ragione al mondo non dovresti essere lì?)
E cammini, e ti muovi, occupi lo spazio in alto e in basso.
Non cadi, ti fidi del filo.
(Ma tu che cazzo hai da fare di tanto importante da rinunciare a vivere?)
Niente, infatti.
Niente.
Ci provo, allora.
Magari ce la faccio.
La lingua non è più importante, diventa una e trina e multiforme.
Diventa corpo, diventa sguardo, diventa Teatro.
Non fate, non fate, non fate, SENTITE!
Immagini sconnesse, come film.
Uomini e donne, scarpe rosse e note di chitarra, violenza cieca e pace senza portafogli.
Non faccio parte di un genere.
(non faccio parte di un genere?)
Io sono io
(io sono io?)
semplicemente io.
Uno spazio comune
(pieno?)
ma mai invaso.
Vuoti, vuoti da colmare, vuoti da riempire, vuoti da osservare.
Vuoti da cogliere senza la paura del "se", senza il timore de "sè".
E
un filo rosso
fatto di rispetto
di respiro
di nuvole
o in ultima analisi
(è banale dirlo?)
di una vita che non abbia bisogno di appendiabiti per emozioni.
L'urgenza.
Il fremito che parte, piedi gambe bacino corpo, sospeso tra suolo e cielo, come una danza.
E ci provi a tenerlo lì, ad addomesticarlo, a chiudere la diga.
Ci provi
(ci provi?)
Ma non funziona, non è così che deve andare.
E allora
apro le porte
e dico benvenuto, o benvenuta.
Apro le porte
ti faccio entrare.
In un vecchio film si diceva
questo è il mio spazio
questo è il tuo spazio
insieme
balliamo il mambo!
E allora
A tutti voi che c'eravate
che avete cantato
ballato
con me
con noi
con tutti e con ciascuno
a tutti voi
semplicemente
grazie.

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