giovedì 25 luglio 2013

A Day at the Post Office, I parte.

Non doveva essere un'Odissea, nè un'Iliade, nè una santissima Divina Commedia postmoderna.
Non sono così pretenzioso.
Tutto quello che dovevo fare era andare in posta, prelevare dieci miseri euro per tabacco cartine filtrini (mi rimanevano solo cinque sigarette), e tornare a casa.
Un cinquedieciminuti, si direbbe. Venti afartanto.
Vero?



Niente, mi incammino bello baldanzoso, fischiettando l'Eroica di Beethoven.
Un puotpourrì di placida ma al contempo epica serenità a zonzo per le vie della città.
Passano quattro minuti e sette dodiesis di violino, ed ecco comparire, in tutta la sua magnificenza, le Poste Centrali della Città.
Che poi, "centrali" si fa per dire. 
Sono così fuori mano che -narrano le leggende- ogni 6 giorni una carovana di tuareg circumtrotta l'edificio alla ricerca di un'oasi, o quantomeno di un supermercato aperto la domenica.
Nella sala centrale vi è una fedele riproduzione di una colonna d'Ercole, ma le stesse leggende di prima sostengono si tratti di una delle due colonne vere, officiali e originali che marcavano il confine del mondo conosciuto.
L'altra pare si trovi nel supermercato aperto la domenica.

Comunque, dicevo, arrivo alle Poste.
Salgo gli scalini che conducono all'atrio. O forse dovrei dire l'immane scalinata.
Inizio a fischiettare Staiway to Heaven dei Led Zeppelin, mi sembrava una colonna sonora calzante.
Arrivo in cima, e sono riuscito a fischiettare l'intera produzione artisticomusicale della band inglese, interviste e fuori onda erotici compresi.
Mi tergo il sudore dalla fronte, consumando un intero pacchetto di fazzoletti.
Lo strizzo nella ciotola di un povero cammello parcheggiato là fuori in attesa del ritorno del padrone. 
Mi fa l'occhiolino, e inizia ad abbeverarsi.
Poi sviene per il caldo.
(ho già detto che la temperatura in prossimità delle Poste Centrali si alza fino a picchi di 60 gradi all'ombra? Si fa per dire, ovviamente. Presso le Poste Centrali non c'è ombra.)

Entro nell'atrio.
Eccezion fatta per qualche figura indistinta che passeggia vacanziera, non c'è nessuno.
Si respira un'aria decadente. 
Così decadente che un pezzo di intonaco si stacca dal soffitto e mi si precipita addosso.
Lo schivo all'ultimo secondo con una prontezza di riflessi degna d'un principe della Persia, scatenando l'applauso del tuareg proprietario del cammello parcheggiato fuori.
Mi guardo attorno.
Rispondono al mio sguardo ben cinque macchinette del Postamat.
Non c'è coda.
La cosa mi insospettisce alquanto.

Vado verso la prima.
Inserisco la tessera.
Me la sputa fuori.
La asciugo dalla saliva e la reinserisco.
Me la risputa fuori, con tanto di scaracchio impertinente.
La riasciugo dalla saliva e la rereinserisco.
Ma la ririsputa fuori mostrandomi il medio, accompagnando la sua traiettoria con una pernacchia in mi minore.

Vado verso la seconda.
Inserisco la tessera.
"digitare codice segreto"
Lo digito.
"attendere, prego"
La macchinetta, coerente fino in fondo, inizia a intonare il rosario.
Alla trentaduesima Avemaria si impalla, bestemmia poderosamente Cristo e i Santi, deride la Madonna, e sputa fuori la tessera.

Mi inizio a innervosire, ma mi avvio comunque verso la terza macchinetta.
Inserisco la tessera per poi rendermi conto che all'aggeggio infernale manca la tastiera, divelta probabilmente da qualche teppista.
O danneggiata dalla manifestazione dei Tuareg di settimana scorsa contro il carovita nel deserto.
"tastiera non rilevata. premere F5 per continuare."
Bestemmio poderosamente Cristo e i Santi, derido la Madonna, e sferro all'aggeggio un calcio così poderoso da scatenare una ola e un coro ultrà dalle altre quattro.

Recupero la tessera dalla fu terza macchinetta, e tento di inserirla nella quarta .
"incapace di leggere la tessera."
Dallo sportellino dove sarebbero dovuti uscire i soldi spunta un abbecedario anni quaranta cinquanta. Mi siedo accando alla macchinetta e inizio a insegnarle l'alfabeto, alternando esercizi di ortografia e grammatica a brani di De Amicis.
Continuo finchè la macchinetta, ormai colta a sufficienza, decide di fare la valigia e andare a tentare la fortuna in Bielorussia come insegnante di italiano.

Totalmente sfiduciato, mi accendo una sigaretta (tanto ne rimangono altre quattro) e mi avvio verso l'ultima stronza fischiettando "In league with Satan" dei Venom.
"inserire tessera"
La inserisco.
"digitare codice segreto"
Lo digito.
"attendere, prego"
Attendo.
"seleziona cifra da prelevare"
Non riesco a crederci. 
Funziona!
Scoppio a piangere, telefono a mia mamma per dirle che le ho sempre voluto bene, al mio migliore amico per proporgli una sbronza colossale la sera stessa, alla mia ragazza per dirle che ora son pronto ad avere un figlio, al mio psicologo per mandarlo affanculo e cancellare la terapia.
Seleziono i dieci euro.
"attendere, prego"
Passano 5 secondi secondi...
...30 secondi...
(inizio a mangiarmi furiosamente le unghie della mano destra)
 ...un minuto...
(le finisco, e inizio con la mano sinistra)
...cinque minuti...
(finisco anche quelle, e inizio con il piede destro)
...dieci minuti...
A metà dell'unghia dell'alluce sinistro, la macchinetta fa un BIP ultrasonico che risveglia tre sonnacchiosi pipistrelli appesi al soffitto.
Compare un messaggio. 
"coglione, credevi davvero che avrei funzionato? sei caduto nella burla. ah-ah-ah, sei un povero stronzo."
Mi sputa addosso la tessera con così tanta forza da mozzarmi di netto il lobo dell'orecchio sinistro orecchino compreso, e inizia a canticchiare la conga mentre sullo schermo lettere luminose e lampeggianti compongono la parola SUCA.
Scoppio a piangere, telefono a mia mamma per dirle che la odio, al mio migliore amico per proporgli di andare a farsi fottere, alla mia ragazza per dirle di comprare tre vagoni di pillole anticoncezionali, al mio psicologo per supplicarlo di riprendere la terapia.

Poi, mi incazzo.

(...)

Scavalco i resti delle macchinette.
Tossisco  per la polvere e per i lacrimogeni.
Mi rimetto i vestiti, ringrazio e saluto le arzille vecchiette del corso domenicale di autodifesa e riavvito la mano destra al suo posto.
Mi accendo la quartultima sigaretta, inizio a fischiettare la colonna sonora di Rambo, e faccio l'unica cosa che mi rimaneva da fare.

Mi avvio verso la sala centrale delle Poste.

CONTINUA...


 


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