Teatro.
Si dicono tante cose, sul
teatro. Lusinghiere, sprezzanti, di (mal)sopportazione, di intolleranza,
di amore incondizionato. E come spesso accade, sono convinto che
possano essere tanto vere quanto false.
(dannato relativismo.)
La mia idea sul Teatro in quanto tale? Sarebbe quantomeno presuntuoso avere in tasca una verità, anche minima, su una cosa tanto grande. Mi sento all'inizio dell'inizio dell'inizio dell'inizio di un percorso che ancora non conosco nemmeno lontanamente, come potrei osare un giudizio?
Tuttalpiù posso parlare nel mio piccolo di quello che IO sento facendo teatro.
Ecco, "sento". Il fulcro, la parola chiave, il senso di tutto.
"Non fate, non sentite il bisogno di fare per forza mille cose, nel teatro come nella vita: sentite!"
Teatro per me è anzitutto sentire.
Assaporare tutto il circondante con il corpo prima che con il pensiero.
L'alzarsi che diventa spingere la Terra stessa verso il basso.
Lo stare in piedi che diventa posizione verticale tra suolo e cielo.
Il banale, automatizzato processo di inspirazione-espirazione che diventa momento per rendersi conto della posizione di ogni singolo pezzettino di carne che ci compone.
Anche questo "rendersi conto" è teatro.
Una via altra, non razionale, non ovvia, per comunicare. Linguaggio, linguaggio, linguaggio altro!
Non c'è bisogno di esagerare i gesti, di voler far vedere qualcosa.
Se senti, se sei consapevole di te stesso, il "qualcosa" passa, arriva, si vede. Senza bisogno di evidenziatori.
L'esserci. Lo stare dentro, ecco cos'è.
L'anima che si trova esattamente dove si trova il corpo mentre entrambe camminano, viaggiano.
Lo stesso binomio anima-corpo che si scioglie, perde valore e significato insieme a parole prefabbricate e un po' surgelate, come "passato" e "futuro".
E il tutto senza castelli in aria fuori dal mondo. Dopotutto, i piedi sono (ed è bello che siano) ben piantati sul suolo,
Si dice che il teatro sia menzogna. Si dice anche sia espressione di verità.
Per me il teatro è camminare verso l'essenza del proprio Io fingendo di essere qualcun altro.
Detto banalmente, me ne rendo conto.
Teatro.
Indossare maschere per imparare a toglierle.
E sul palco (o sul prato... in quello spazio, ecco) l'attore scopre piano piano la verità, l'Io, l'essenziale, proprio grazie al personaggio, così diverso eppure così uguale a lui.
E la condivisione!
Il guardarsi in scena, l'ascolto!
"Voglio che vi guardiate tutti. E' il corpo anche che guarda, soprattutto quando non ci sono parole."
Conoscere la tua posizione e quella degli altri, dare e ricevere emozioni e sensazioni.
E la scossa, l'adrenalina del "ci siamo!", del "merda!", il pre-urlo e il post-urlo, l'energia, L'ENERGIA, il contatto umano tra umani (l'incontro, così raro nel mondo di oggi)!
Chi non vive queste emozioni non potrà mai capire fino in fondo i discorsi di quelli che invece ci sono passati.
Anzi, le loro parole potranno persino sembrargli retoriche, esagerate, gonfiate.
Non per loro insensibilità o presunta inferiorità, affatto.
Solo, per l'impossibilità di chi era lì di poter "spiegare" momenti di moto spirituale tanto belli, preziosi, rari.
Saltare il muro che ci separa dall'Altro. Sfidando se stessi e la forza di gravità.
"Capire come vivono le persone dall'altra parte!"
Il diritto di saltare, e sognare.
La forza per farlo.
Questo piccolo elenco confuso e ingarbugliato, insieme a molto, molto altro che non so dire, in questo momento della mia vita, è per me Teatro.

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