domenica 2 giugno 2013

Il mio amico fragile. Parte 1a: Io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai.


Uno dei primi dilemmi per l'ascoltatore che si avvicina alla discografia di Faber è capire da dove inizi.
Apparentemente il primo album vero e proprio potrebbe essere Volume I (1967).
Come da titolo, giusto?

Mh, diciamo "ni".
In realtà De Andrè fece suo il "mestiere di cantante" ("la via di mezzo tra il poeta e il cretino", come disse in un'intervista) ben prima, nel 1961.
Ora, non interessandomi giocare al piccolo biografo la farò breve: da lì in avanti pubblicò una serie di 45 giri piccini piccini che fecero sempre più breccia nel cuore di tanti ragazzotti.
I temi? Amore, senza dubbio. Ma anche emarginazione, antimilitarismo, sessualità... Il tutto ovviamente con un'attitudine da chansonnier, poetica, struggente ma finanche arguta.
Temi e stili che piacquero molto al mondo studentesco, in bilico tra goliardia e pacifismo, romanticismo e protesta sociale.

Successe quindi che la casa discografica Karim pigliò Fabrizio e gli propose di incidere una raccolta di singoli, una sorta di Gratest Hits "ante litteram" delle canzoni scritte tra il 1961 e ill 1966.
Il progetto andò in porto, e l'album-raccolta uscì sotto il nome di "Tutto Fabrizio De Andrè".

Ed è qui che comincia il nostro viaggio.

Potremmo iniziare parlando della presentazione all'interno del 45 giri.
Mi fa sempre molto ridere.
Oltre ai vari bla bla bla, a un certo punto troviamo una serie di aggettivi (Aitante, Affascinante, Astinente (?!?, ndr), Romantico, Timido, Parco, Ipocrita, Rachitico, Ripugnante, Vizioso, e molti altri) affiancati da un quadratino.
La spiegazione? Eccola: "[...] Nell'elencare tutte le possibili qualità di Fabrizio lasceremo a fianco di ciascuna di esse un quadratino nel quale potrete segnare una crocetta: la linea che congiunge tutte le crocette sarà il vero profilo di Fabrizio e si denomina scientificamente. [segue elenco di aggettivi, ndr] Di questo Fabriziogramma noi abbiamo brevettato una curva, quella autentica, e la teniamo a disposizione coloro che vorranno confrontarla con il Fabriziogramma redatto intuitivamente da loro. A disposizione di tutti, Fabrizio escluso, beninteso."
Che dire. Decisamente ilare.

Altrettanto ilare la copertina, con quel faccione che ti guarda negli occhi davanti a dei fiori enormi, quasi prepsichedelici.
Trasuda sixties da tutti i pori.

Bene. Ci siamo divertiti, abbiamo scherzato e l'abbiamo pigliato un po' in giro, com'è giusto che sia.
Ma vediamo di passare dal faceto al serio, finalmente.

La musica, signori e signore.

Questa raccolta ebbe la caratteristica di definire lo "stile De Andrè" dei primordi, quella struttura musicale basata su voce (calda, profonda) e chitarra (d'accompagnamento, spesso arpeggiata), con orchestrazioni qui e lì. (per generalizzare, eh.)
Questo sarà il suo modus suonandi prevalente nei suoi primi lavori, diciamo fino al 1970.
Curioso (e un po' snervante, a mio avviso) il fatto che ancora oggi gran parte dei suoi non-proprio-ascoltatori colleghino mentalmente il cantastorie genovese solo e soltanto a questo stile (il quale tra l'altro fu predominante nella sua produzione sì e no per un decennio), ignorando tutte le sperimentazioni musicali che avvennero in seguito.
Diffidate di chi vi dice "De Andrè? Sisi, bei testi, ma le musiche son tutte uguali". Vuol dire che di Faber conosce poco, e male.
Gne gne gne.

Il filo rosso tematico che unisce tutti i brani di questa racconta è l'Amore.
Non la spataffiata strappalacrime di cert'altra musica italiana, eh. Qui siamo davanti a un'analisi interiore di questo sentimento profonda e attenta alle sfaccettature e ai punti di vista.
Si iniziano a delineare qui alcuni tratti fondamentali nel pensiero deandreiano.
L'attenzione alle piccole cose e alle piccole storie più che allo strappalacrimaggio. L'assenza di giudizio. L'ironia velata e pungente (la canzone "Il testamento", capolavoro di sarcasmo sottile, da ascoltare più e più volte.. L'essere cantastorie più che sputasentenze. Il rifiuto di certi canoni sociali e la conseguente "anarchia interiore" di cui avremo modo di parlare meglio in futuro.

E soprattutto, è un album che mi piace tanto, nonostante parli d'amore! Tendenzialmente odio le canzoni d'amore, ma Faber riesce a farmele apprezzare. (nonostante questo, le sue canzoni che preferisco non sono affatto quelle sentimentali. Sia chiaro. Anzi.)

Boh. Che dire.
Qui si conclude la prima metà della prima parte.

Nella prossima, una serie di pensieri ed emozioni sulle singole canzoni di Tutto Fabrizio De Andrè.
Sono tante e belle, e -come già vi dissi- non sono un critico musicale. Non troverete analisi approfondite: solo il mio punto di vista.

Spero basti.

Solita chiusura con le sue parole.

 "Benedetto Croce sosteneva che fino a 18 anni tutti scrivono poesie, poi quelli che continuano a farlo o sono poeti o sono cretini. Per non rischiare, preferirei chiamarmi cantautore."

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